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TERRA MIA

March 4, 2019

File d’alberi delineano i marciapiedi del viale che dalla casa vicino al parco porta alla scuola.

Li ricordo appena piantati, quando dai  bordi della città si perdevano in direzione dell’aperta campagna.

Essi, oramai cresciuti, svettano ora  verso l’alto come a salutare le nuvole ed a rimarcare i segni del tempo sul mio viso.
Per anni ho osservato sui loro rami il susseguirsi delle stagioni con i loro colori, ogni gemma divenire foglia ed ogni fiore schiudersi ai primi raggi di sole.

Allora ero ignaro del futuro, in gran parte ora in via di conclusione come la linea di un cerchio che inesorabilmente si chiude.


Rivivo le vacanze estive, il mare piatto e silenzioso del mattino presto e le chiome dei pini vicino alla spiaggia, gli aghi caduti a tappeto ed il loro profumo, il cri-cri ininterrotto delle cicale e musiche lontane.

Un’amaca poggia fra un tronco e l’altro nella pineta ed una sagoma a riposo al riparo dai raggi di un sole d’Agosto incandescente come non mai.

Ancora, la brezza fra i capelli e quel suo tocco leggero, gradito sollievo all’insopportabile calura estiva.

Rivedo gli ulivi curati da mio nonno e quelli più giovani piantati poi da mio padre.
Ed ancora quel numero sterminato di ulivi secolari allineati in file parallele che da Bari corre per tutto il tavoliere.

Mi salutano ad ogni mio ritorno con un vibrante riflesso argenteo delle loro foglie, mosse dalle folate calde del Favonio.
I loro tronchi nodosi e muscolari in perenne torsione, ricordano atleti tramutati in alberi da chissà quale arcaico sortilegio. 
Essi paiono emanare forza e, contorcendosi, mi raccontano di storie andate ed antiche leggende.

Rivedo i cipressi, eleganti e snelli, come quando da bambino andavo al cimitero con la mamma e la nonna.

Le loro cime al vento sembravano sussurrarmi di nascosto ed in silenzio messaggi di saggezza e rituali di pace.
Quando lì all’ingresso, noi fermi a prendere fiori bianchi per i loculi dei nostri cari, mi parlavano in codice quasi a commuoversi della tenerezza dei miei pantaloncini corti e dei miei  capelli a spazzola.

Rivedo le viti coltivate a tendone rincorrersi e l’odore acre del verde rame con cui sono trattati per proteggere i frutti dall’attacco vorace degli insetti.

Risento le raccomandazioni di mio padre a dover lavare i grappoli prima di staccarne gli acini e portarli alla bocca. Le corse fra i filari in cerca di uccellini e farfalle, dimenticando puntualmente di portargli l’acqua.

Mi fermo a contemplare gli sterminati campi di grano dorato fino a perdermi nell’orizzonte, ascoltando il fruscio delle spighe puntute toccarsi l’un l’altra sotto il bacio sinuoso e delicato del vento. 
Risento il profumo pungente della mietitura ed il passaggio della trebbiatrice che spietata recide decisa ed in rettilineo i sottili e fitti steli delle piante oramai adulte e mature.
Sento i colpi delle doppiette di cacciatori solitari ed il guaire del loro cane a caccia di povere quaglie.

Poi penso alle fiamme e a quel fumo intenso esalare fino ad oscurare il cielo, l’ardere delle stoppie segnava la fine dell’estate e l’avvicinarsi della nuova stagione. Da lì a poco l’aratro avrebbe ribaltato le zolle, lasciando poi, a rotazione, alcuni appezzamenti a maggese.
In alto stuoli di uccelli migratori solcavano il cielo, mi osservavano da lontano prima di intraprendere il lungo viaggio verso un clima più mite.

Sembrava mi salutassero senza voltarsi. 
Affidavo a loro il mio sogno smisurato di volare via lontano ...

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